12 ottobre 2025 – Anno C
Dostoevskij scrive: La vita è un paradiso, ma gli uomini non lo sanno, o meglio non vogliono saperlo. Esiste tanto bene, ma spesso non sappiamo vederlo: siamo portati a sottolineare un qualcosa che ci manca, mentre non siamo capaci di gioire per il tanto che già abbiamo. Chesterton con ironia notava: Molti ringraziano la Befana perché mette doni nella calza, ma non ringraziano mai Dio che ha dato loro i piedi da mettere nelle calze. La vita è veramente scritta con l’alfabeto dell’amore di Dio, umile, delicato, paziente: per questo solo la fede può leggere questi messaggi. Il Vangelo di oggi lo fa notare con un episodio di straordinaria finezza. Gesù si avvicina ad un villaggio: lo attende un gruppo di lebbrosi.
Sono probabilmente tutti giudei: ma fra essi c’è sicuramente un samaritano. Se fossero stati sani certamente non sarebbero stati insieme (il dolore serve a smontare l’orgoglio e a farci sentire fratelli). I lebbrosi sono ora davanti a Gesù. Hanno sentito parlare di lui, hanno sentito il racconto di qualche miracolo: è nata in loro una speranza. Restano lontani e gridano: Gesù maestro, abbi pietà di noi! È una preghiera bellissima: non c’è presunzione, non c’è arroganza… solo umile abbandono di chi non ha più speranze proprie e quindi si affida docilmente al Signore… e attende. Gesù risponde in modo insolito. Non guarisce subito i lebbrosi, ma ordina loro di andare dai sacerdoti. Li mette alla prova, comandando di fare, ancora ammalati, un gesto che supponeva la guarigione già avvenuta.
E i lebbrosi superano la prova, ma la loro fede subito si blocca e non si apre alla riconoscenza, alla lode, all’amore. Un solo lebbroso guarito torna indietro a dire grazie; uno solo riconosce che il dono della salute è un segno dell’amore di Dio e quindi un impegno per lui; per un solo lebbroso la vita cambia: per gli altri la salute è un regalo inutile. Al lebbroso riconoscente Gesù dice: alzati e va’; la tua fede ti ha salvato. Qui ci vuol condurre il racconto per dire anche a noi: non serve avere la salute, se la salute la viviamo stupidamente consumandola per accumulare tesori che non contano o per cercare divertimenti che non daranno mai la felicità. La vera salute, nella fede, si chiama salvezza, che è accoglienza di Dio, amore, speranza e riconoscenza.
Don Simone